THOR: RAGNAROK – Una poco epica fine del mondo

Pur essendo uno dei personaggi principali del Marvel Cinematic Universe, Thor ha sinora ricevuto due film che definire mediocri è un grosso complimento: tra il generico film omonimo, che lo presentò al grande pubblico e si fece notare più per l’ottimo Loki di Tom Hiddlestone, e il sequel The Dark World, banale, freddo e confuso, il Dio del Tuono non ha vissuto una gloria cinematografica degna del suo nome.
Con Thor: Ragnarok, tuttavia, sembrava giunto finalmente il suo momento: invece, la pellicola di Taika Waititi si è rivelata la più grossa delusione dei Marvel Studios sinora.

Due anni dopo gli eventi di Avengers: Age of Ultron, Thor fa ritorno ad Asgard, costretto ad impedire l’incombente Ragnarok, la fine del mondo desiderata dalla Dea della Morte Hela, nel mentre visitando mondi alieni per trovare (o ritrovare) alleati.

Basato in parte sull’omonima saga fumettistica e su Planet Hulk, Thor: Ragnarok è un film senza dubbio divertente: Taika Waititi, regista neozelandese noto per Boy e What we do in the shadows, palesa la sua peculiare comicità, parodica e surreale, ovunque, nel corso della pellicola, interpretando anche il comic relief Korg. Il filmmaker mostra anche un impressionante stile visivo, ricco di influenze futuristiche e kirbyane, e grazie alla magia della CGI e delle scenografie di Dan Hannah (autore di quelle per la saga del Signore degli Anelli), ciò che ci viene presentato è senza dubbio potente.
E’ tuttavia per me estremamente spiacevole comunicarvi che le note positive del film terminano qui.

Thor: Ragnarok, infatti, è un film che definire imbarazzante sarebbe un complimento.
Una fotografia fredda e impersonale, una colonna sonora che, quando non utilizza The Immigrant Song dei Led Zeppelin è non meno anonima di quella degli altri film del MCU, personaggi come al solito scritti con svogliatezza ed un finale che fa lanciare gli occhi al cielo.

C’era molta attesa per la Hela di Cate Blanchett: l’attrice australiana interpreta la Dea della Morte, portatrice di mali per Asgard. Nonostante il carisma della due volte premio Oscar, Hela è un personaggio piatto, con motivazioni che urlano “cliché” da ogni dove, e che appare così poco su schermo da non riuscire a convincere lo spettatore della sua malvagità. Thor, come al solito incarnato da Chris Hemsworth, è diventato tutt’un tratto una macchietta, più vicino allo Star Lord di Chris Pratt che a quello che il possente Dio del Tuono dovrebbe rappresentare. Lungo tutta la pellicola, invece di crescere, il personaggio sembra compiere una vera e propria involuzione, risultando incapace di venire preso sul serio. Tom Hiddleston, come al solito, dà il suo meglio come Loki, ma anche in questo caso ci si trova dinanzi ad un Dio degli Inganni che sembra più il Dio degli sciocchi, costantemente preso in giro e persino imbrogliato dagli altri personaggi.
Sembra assurdo trovare che la Valchiria, tra i principali protagonisti, sia il meglio offerto da questo film: Tessa Thompson, infatti riesce a dare una dimensione al suo personaggio, che risulta persino interessante da ascoltare e che presenta un solido background, capace di giustificare i suoi atteggiamenti e le sue motivazioni.
Ridicolo, invece, Hulk, trasformato in un personaggio per bambini e che mi fa chiedere come si faccia a prendere seriamente il Golia Verde di Mark Ruffalo in vista di Avengers: Infinity War.

E anche quest’anno, un decente supercattivo lo creiamo l’anno prossimo

Altri interpreti sono Idris Elba con il suo coraggioso Heimdall (il britannico meriterebbe molto più di questo), l’abulico Skurge di Karl Urban e l’ottimo Gran Maestro di Jeff Goldblum, forse la nota migliore del film per quel che riguarda la comicità. Fa quasi tenerezza vedere Anthony Hopkins ridotto a pochi minuti per interpretare un Odino poco più che insignificante.

Quello che però più mi ha lasciato perplesso, lungo i 130 minuti di pellicola, è stata la freddezza, la mediocrità che si percepiva ad ogni scena: l’incapacità di creare un singolo momento che trasmettesse epicità, una legittima sensazione di “fine del mondo”, in qualche modo preoccupazione per il fato di Asgard. La mancanza di motivazioni serie per Hela, la poca attenzione a lei dedicata e la preferenza nel trattare di Thor in modo da creare scene divertenti e barzellette forzate impediscono a Waititi di farci provare quel senso di pericolo, quella paura per i nove regni e soprattutto per Asgard, al punto tale che sono costretti a riprendere il discorso del Ragnarok attraverso uno spiegone nei minuti finali.
Troppo spesso, inoltre, il pathos di situazioni serie, ricche di introspezione e che davvero potrebbero dare qualche nota di colore in più al film, viene distrutto da battute umoristiche inutili e che, a volte, semplicemente non fanno ridere.
L’insistenza sulla trama dedicata a Thor perso su mondi alieni mi ha fatto persino sospettare che il tutto sia un tentativo, da parte della Disney, di creare attesa per Star Wars: Gli ultimi Jedi, in uscita il prossimo mese.

La Marvel continua a guadagnare consensi e denaro, ma sin da Guardiani della Galassia sembra stare tentando di applicare lo stile che ha funzionato con gli scapestrati esploratori spaziali di James Gunn con tutte le sue opere, non notando come con i Guardiani tutto ciò abbia funzionato perché adatti allo stile voluto dal regista di Super. L’azienda è sorda alle critiche, e sembra intenzionata a continuare con questo canovaccio anche per le sue prossime pellicole. Con Thor: Ragnarok, tuttavia, la snaturazione della materia trattata è stata tale da aver reso un film che poteva davvero essere, come l’ha misteriosamente definito Joss Whedon “un capolavoro moderno” una delusione, una pellicola ridicola, dimenticabile e che sparirà nel marasma di banali cinefumetti di cui, ormai, siamo pieni.

Voto finale: 4.5/10

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